Google raccoglie informazioni sul web, le classifica, le arricchisce di attributi, le mette in relazione e infine le organizza in insiemi semantici e concettuali. In pratica, costruisce un sistema ordinato dove tutto trova posto e significato. Insomma, Google è il catalogo universale di ciò che esiste online.
Questa idea del catalogo mi accompagna da anni. Ho lavorato in due aziende italiane che hanno fatto della catalogazione la loro essenza. Prima in Pagine Gialle, che dal 1965 pubblica gli elenchi telefonici italiani, un gigantesco catalogo di indirizzi e numeri di telefono di aziende e privati. Poi in Bolaffi, che dal 1890 edita cataloghi di francobolli, monete e oggetti da collezione, raccontandone valore e storia.
È lì che ho imparato cosa significa davvero costruire un catalogo, scegliere criteri, dare ordine, creare percorsi logici. E lì ho conosciuto Alberto Bolaffi, uomo di grande cultura e carisma, appassionato collezionista e infaticabile vulcano di idee. Nel suo modo di catalogare e raccontare, c’era già un’anticipazione di ciò che oggi fa Google.
In un’epoca in cui email e WhatsApp hanno ridimensionato la posta tradizionale, un catalogo di francobolli può ancora insegnarci molto sui principi che sono alla base dell’algoritmo di Mountain View.
Dagli attributi al Knowledge Graph
Ogni catalogo inizia da una scheda. Prendiamo un francobollo. Non è mai solo un rettangolino di carta, ma un insieme di attributi che lo definiscono: anno di emissione, tiratura, dentellatura, colore, paese di origine, valore facciale. Senza questi elementi non sarebbe riconoscibile né confrontabile con altri.
Google ragiona nello stesso modo. Ogni entità (una persona, un luogo, un’azienda, un’opera d’arte) è descritta da attributi precisi. Una persona, ad esempio, è associata a età, professione, nazionalità, opere pubblicate, presenza sui social. Questo insieme di dati strutturati costituisce il Knowledge Graph, il sistema con cui Google dà forma e consistenza alle informazioni.
Proprio come un catalogo, che rende ogni oggetto unico e descrivibile, anche Google costruisce la sua intelligenza sull’arte di attribuire e ordinare caratteristiche.
Dal numero di catalogo all’URL canonico
Un catalogo non sarebbe utile senza un sistema di identificazione. Chi colleziona sa che ogni francobollo ha un numero di riferimento universale, che consente a chiunque di riconoscerlo senza ambiguità.
Allo stesso modo, Google utilizza un sistema di identificatori univoci: l’URL canonico di una pagina o l’ID interno con cui classifica un’entità. Dietro ogni risultato che appare in SERP c’è una chiave che ne definisce l’identità digitale.
È come se ogni pagina web avesse un numero di catalogo che ne sancisce l’esistenza e la posizione nell’indice universale.
Tassonomie e categorie
Nessun catalogo potrebbe funzionare senza gerarchie logiche. In filatelia i francobolli sono ordinati per Paese, poi per periodo storico, poi per serie, fino al singolo pezzo.
Pagine Gialle, per restare a un altro esempio concreto, organizza le aziende per categorie e sottocategorie (ristoranti, idraulici, avvocati), così che ogni attività possa trovare il suo posto ed essere rintracciata.
Google non è diverso. Raccoglie le entità e le inserisce in tassonomie che permettono all’algoritmo di comprendere relazioni e appartenenze. Una libreria online non è solo un negozio, ma è anche parte della categoria “e-commerce”, della sottocategoria “libri” e collegata a prodotti, recensioni, autori. La forza del motore di ricerca sta proprio nell’essere un gigantesco albero classificatorio, dinamico e in costante aggiornamento.
Normalizzazione e standard
Un catalogo richiede coerenza. Non si può scrivere “blu scuro” in una scheda e “azzurro notte” in un’altra per indicare la stessa tinta. Serve un linguaggio univoco e standardizzato, altrimenti la comparazione diventa impossibile.
Lo stesso accade con Google. Per funzionare, impone standard come schema.org e dati strutturati, che uniformano la rappresentazione delle informazioni. È questa normalizzazione a permettere al motore di ricerca di leggere in modo coerente milioni di pagine diverse.
L’algoritmo è in fondo un redattore instancabile che corregge, semplifica e riporta le informazioni a un formato condiviso, così che possano dialogare tra loro.
Arricchimento informativo
I cataloghi non sono solo elenchi. Un buon catalogo di francobolli non si limita a mostrare immagini e valori facciali, ma aggiunge note storiche, curiosità sulle emissioni, dettagli sulle varianti. È questo arricchimento informativo a trasformare un semplice elenco in uno strumento di valore culturale.
Google lavora allo stesso modo. Non si accontenta di restituire link, ma costruisce schede arricchite con immagini, recensioni, mappe, FAQ, knowledge panel.
L’esperienza dell’utente diventa più completa e immersiva, proprio come quella del collezionista che non consulta un catalogo solo per sapere quanto vale un francobollo, ma per scoprire connessioni, storie, contesti.
Relazioni e collegamenti
Un catalogo rimanda da una scheda a un’altra, segnala varianti, indica serie successive, crea connessioni. In questo modo costruisce una rete interna di significati che guida il lettore.
Google applica lo stesso principio su scala infinitamente più grande. I link interni, i backlink, le correlazioni semantiche e i suggerimenti di ricerca sono il suo modo di tessere connessioni. In pratica, Google è la versione digitale e potenziata degli indici analitici e delle cross-reference tipiche dei cataloghi, capaci di far emergere legami che altrimenti resterebbero nascosti.
Aggiornamenti e autorevolezza
Un catalogo deve aggiornarsi a ogni nuova emissione, a ogni correzione di quotazione, a ogni scoperta di variante rara.
Lo stesso accade con Google, che aggiorna costantemente il suo indice con il crawling continuo e il funzionamento con i Core Update.
Ma c’è un altro aspetto fondamentale: l’autorevolezza delle fonti. In un catalogo editoriale la credibilità deriva da esperti, collezionisti, curatori riconosciuti. In Google, l’autorevolezza è valutata dall’algoritmo con criteri come E-E-A-T (expertise, esperienza, autorevolezza, affidabilità), che decidono se un’informazione merita di emergere.
Dalla ricerca alla vendita
Un catalogo è uno strumento pensato per l’uso pratico. Chi consulta un catalogo di francobolli vuole sapere se un pezzo è autentico, quanto vale sul mercato, quali varianti esistono, mentre chi sfoglia le Pagine Gialle cerca un idraulico disponibile, un ristorante in zona, un professionista affidabile. Il catalogo, insomma, è sempre stato una bussola per orientarsi, prendere decisioni e concludere azioni concrete.
Google ha la stessa vocazione, solo moltiplicata su scala globale. Non si limita a mostrare informazioni, ma facilita confronti, suggerisce alternative, permette di acquistare, prenotare, raggiungere un luogo. È questo che lo rende il catalogo universale delle decisioni quotidiane, un sistema vivo che ogni giorno guida milioni di scelte, personali e professionali.
Un catalogo universale per il presente e il futuro
In conclusione, Google non è che il più grande catalogo mai esistito. Un catalogo dinamico, globale, continuamente aggiornato, che raccoglie e organizza ogni frammento di informazione disponibile online. Come ogni catalogo del passato, si fonda su principi editoriali tradizionali: attribuire, ordinare, classificare, arricchire, mettere in relazione.
È qui che la lezione del passato diventa preziosa. Come accadeva con i cataloghi di Bolaffi o gli elenchi di Pagine Gialle, anche Google ha costruito la sua enciclopedia ordinata, presentata al mondo nel 2012 come Knowledge Graph. Visionari come Alberto Bolaffi o i primi editori delle Pagine Gialle avevano già intuito che la vera forza non sta solo nel possedere l’informazione, ma nel saperla organizzare.


