Oggi è mancata Margherita Hack, astrofisica italiana da sempre impegnata in battaglie per sdoganare la ricerca scientifica dai dogmi conservatori di politica e religione. Libera pensatrice e autorevole scienziata, non ha mai avuto problemi a lottare per il progresso e per lo sviluppo dell’Italia nonostante le dure critiche di alcuni poteri forti che da tanti anni controllano questo Paese.

Come giornalista, ho avuto la fortuna di intervistare Margherita Hack in diverse occasioni. Ricordo la sua gentilezza e la disponibilità nel rispondere alle mie domande, le chiacchierate con quell’inconfondibile accento toscano, la convinzione e la passione nelle sue parole, ma soprattutto la grande lucidità a dispetto dell’età avanzata.

Per ricordare Margherita Hack, pubblico su questo blog l’ultima intervista che le ho fatto. Era il 12 luglio 2011. In questo dialogo sui limiti della scienza tocchiamo temi che a distanza di due anni sono ancora attuali, come il nucleare, il Tav e le politiche statali in materia di ricerca. Le sue sono posizioni nette, si può essere d’accordo o contrari. Di sicuro non mancano gli spunti di riflessione dalle affermazioni di una delle più grandi donne italiane degli ultimi anni. Personalmente ho trovato di ispirazione le sue parole, il suo coraggio e la sua passione verso la ricerca e il progresso.

Fatta questa premessa, vi lascio la mia ultima intervista a Margherita Hack, forse una delle più belle della mia carriera da giornalista.

Il progresso scientifico è stato spesso chiamato in causa negli ultimi mesi a proposito di temi di attualità che hanno caratterizzato l’agenda politica italiana, dal referendum alle grandi opere. C’è chi si è dichiarato paladino dell’innovazione nel difendere le novità e chi invece ha espresso timore nei loro confronti. E c’è che chi si è chiesto fino a che punto si può spingere la ricerca, se ci sono dei limiti da non superare e se ad osare troppo non si rischia di rimanere scottati. È quello che abbiamo chiesto alla celebre astrofisica e divulgatrice scientifica Margherita Hack.

“La scienza ha il compito di indagare e scoprire le regole del mondo. La scienza può essere utile per l’umanità, ma al tempo stesso dannosa. Penso, per esempio, all’energia nucleare che è stata utilizzata anche per costruire la bomba atomica. Bisogna quindi continuare la ricerca cercando di utilizzare al meglio le scoperte”.

A proposito di energia nucleare, qual è la sua posizione all’indomani del referendum?

“Sono favorevole alla ricerca, però in questo momento in Italia siamo governati da gente incapace di ricostruire L’Aquila o di togliere la spazzatura dalle strade di Napoli. Ho paura ad avere delle centrali nucleari in questo Paese dove, se la mafia mettesse le mani anche sulle scorie, sarebbe anche peggio che sui rifiuti. Ma bisogna comunque andare avanti con la ricerca. Anche le fonti rinnovabili hanno dei limiti. Per esempio, c’è bisogno di grandi aree e in un paese sovrappopolato come il nostro si toglierebbe spazio al turismo e all’agricoltura. Per quanto riguarda le eoliche, non sarebbero sufficienti perché in Italia non ci sono i venti continui delle zone baltiche. L’energia prodotta dalla fusione nucleare potrebbe essere un’alternativa valida perché non lascia scorie”.

In Slovenia, a pochi chilometri dalla sua Trieste, è attiva ormai da circa trenta anni una centrale nucleare. Dopo il disastro di Fukushima, bisogna avere paura a vivere vicino ad un impianto simile?

“Ormai ho quasi novanta anni e non ho più paura. Bisogna chiedere ai giovani. Disastri come quello del Giappone sono casi eccezionali. Quella è una zona sismica nella quale si è verificato uno tsunami più grande del previsto mettendo in difficoltà persino un paese serio come il Giappone. Ma proprio perché si tratta di un caso eccezionale non bisogna allarmarsi. Noi dobbiamo importare l’energia nucleare e anche gas e petrolio da Libia e Ucraina. Dipendiamo dall’estero”.

Sempre il progresso talvolta viene utilizzato come pretesto per giustificare grandi opere come il ponte sullo Stretto di Messina e la linea ad alta velocità Torino-Lione.

“Alcune opere sono necessarie. Ma il ponte sullo Stretto è stato progettato in zone sismiche e quindi non si farà mai. Sarebbe più saggio invece intensificare i passaggi dei traghetti tra Calabria e Sicilia. La Tav è invece molto utile: le linee Firenze-Roma e Roma-Napoli hanno ridotto il traffico e migliorato i collegamenti tra Nord e Sud. Per realizzarla bisogna però cercare di ridurre l’impatto ambientale al minimo, per esempio utilizzando i vecchi tragitti e riducendo il numero delle stazioni. Il danno ambientale ci può essere, per esempio durante la realizzazione della Firenze-Bologna sono stati rovinati i corsi d’acqua dell’Appennino. In questi casi bisognerebbe fermarsi e trovare soluzioni che salvaguardino l’ambiente”.

E ascoltare le realtà locali?

“Spesso le realtà locali sono influenzate da paure e pregiudizi. È comunque necessario il confronto e alla fine bisogna arrivare ad una soluzione di compromesso”.

Come si pone lo Stato di fronte al progresso e alla ricerca?

“Male. Oggi la gente che ci governa è ignorante e arrogante. Il ministro Roberto Maroni ha detto che non si mangia con la ricerca. Invece è proprio l’innovazione che può portare maggiore benessere. In passato, negli anni Sessanta, l’Olivetti con il modello 101 avrebbe realizzato il primo computer. In Italia si sarebbe potuta sviluppare l’industria informatica che è cresciuta negli Stati Uniti e in Giappone, ma così non è stato. Da primi che potevamo essere, siamo diventati gli ultimi. Il problema dell’Italia è la miopia della classe dirigente, sia tecnica che politica”.

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