Il corpo straziato è stato trovato davanti a un computer. Sullo schermo, decine di titoli, immagini e slogan generati in pochi secondi. Nessun segno di colluttazione. La vittima, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe la creatività. L’intelligenza artificiale è la principale sospettata.
Il caso sembra risolto. Una macchina ha imparato a fare quello per cui pagavamo delle persone. Ma prima di chiudere il fascicolo, vale la pena interrogare i testimoni e guardare meglio le prove.
La vittima: il lavoro creativo
Copywriter, illustratori, grafici, giornalisti. Quando uno strumento produce testi e immagini con pochi comandi, la domanda arriva inevitabilmente. Quanto tempo passerà prima che qualcuno decida di poter fare a meno di noi?
La paura riguarda il reddito, ma anche l’identità. Anni trascorsi a studiare, sperimentare e costruire una professionalità sembrano improvvisamente comprimibili dentro una casella di testo.
Liquidare questa preoccupazione con un "basta aggiornarsi" è troppo comodo. Un professionista competente può perdere incarichi perché un cliente considera sufficiente un risultato più economico. La qualità conta, ma deve esserci qualcuno disposto a riconoscerla e pagarla.
Prima constatazione dell’indagine: il timore è legittimo. La perdita di lavoro non dimostra automaticamente una mancanza di talento.
Il movente: produrre di più, spendere di meno
Il movente è credibile. Perché pagare una persona, aspettare una proposta e discuterla, quando un chatbot offre venti alternative immediatamente?
L’AI rende accessibili attività che prima richiedevano tempo, budget e competenze. Per molte aziende è un’opportunità concreta. Il problema nasce quando la velocità diventa l’unico criterio di valutazione.
Generare venti slogan e scegliere quello giusto sono attività diverse. La seconda richiede di conoscere il pubblico, capire il posizionamento e riconoscere una promessa che l’azienda possa mantenere. Se però il brief si riduce a "scrivimi qualcosa di accattivante", il risultato rischia di essere giudicato soltanto per quanto costa. E il professionista entra in una competizione difficile da vincere.
Le tracce: contenuti omologati e tutti uguali
Le impronte sono riconoscibili: formule ricorrenti, immagini intercambiabili, articoli corretti che sembrano raccontare sempre la stessa cosa. È qui che il sospetto di omologazione prende consistenza.
Gli LLM apprendono regolarità da grandi quantità di dati. Se molte persone chiedono proposte simili e accettano le prime risposte, possono finire per pubblicare contenuti molto vicini tra loro. Uno studio sui racconti brevi ha osservato proprio questa tensione: l’assistenza dell’AI può migliorare la creatività individuale, riducendo però la diversità complessiva delle storie.
C’è poi un secondo rischio, quello del materiale generato dall’AI che alimenta l’addestramento di altri modelli. La ricerca sul model collapse mostra come l’uso indiscriminato di questi dati possa far perdere varietà e informazioni. È un rischio legato all’addestramento, non un automatismo di ogni risposta.
Ma possiamo riconoscere un’opera generata dall’AI? Ripetizioni, genericità e incongruenze suggeriscono verifiche, senza costituire prove. Anche gli esseri umani scrivono testi prevedibili. Il caso di Thélyson Orélien lo dimostra. Il romanzo "C’était ça ou mourir", vincitore del premio Fnac, è stato escluso dalla selezione del Goncourt dopo accuse di uso dell’AI e plagio. L’autore ha negato l’uso dell’AI, ma i rilevatori hanno restituito risultati discordanti. Il sospetto non basta a stabilire chi abbia scritto un’opera.
I sospetti: ChatGPT, Claude e Gemini
ChatGPT, Claude e Gemini siedono nella stanza degli interrogatori. Rispondono con cortesia alle domande degli inquirenti, talvolta con una disponibilità fin troppo accomodante. Hanno capacità impressionanti, ma il loro ruolo dipende anche da ciò che chiediamo e da come utilizziamo le risposte.
Per capire che cosa sta cambiando, facciamo un salto nella seconda metà del XIX secolo, quando lo sviluppo del motore a scoppio rese possibile la nascita delle prime automobili. Nei decenni successivi, la loro diffusione trasformò i trasporti, riducendo progressivamente la necessità dei cocchieri e creando opportunità per tassisti, meccanici e ingegneri. Alcuni riuscirono a reinventarsi, altri persero il lavoro. La nascita di nuovi mestieri non garantì una transizione semplice per tutti.
Oggi ci troviamo davanti a una trasformazione diversa, ma quel precedente aiuta a capire perché imparare a usare i nuovi strumenti possa aumentare le nostre possibilità. Gli LLM possono alleggerire le attività ripetitive, organizzare materiali e suggerire alternative. Possono anche stimolare il pensiero, soprattutto quando li coinvolgiamo in un confronto attivo, portando esperienze, vincoli e domande precise.
Io, per esempio, trovo utile chiedere obiezioni. Dove non regge questa idea? Quale prospettiva sto ignorando? Quali proposte sono banali? È un modo per mettere alla prova il ragionamento e cercare strade che non avevo considerato.
Poi arriva il lavoro di scelta, verifica e riscrittura. Il tempo risparmiato acquista valore se lo investiamo nell’osservazione, nel confronto con le persone e nell’approfondimento. Fermarsi alla prima risposta significa lasciare inesplorate proprio quelle possibilità che lo strumento ci ha aiutato ad aprire.
Il verdetto: la creatività non è morta
Il certificato di morte può aspettare. L’AI può produrre risultati sorprendenti, mentre un essere umano può limitarsi a ripetere formule già viste. La differenza va cercata nel processo e nel valore del risultato. L’esperienza vissuta, un dettaglio osservato, una connessione inattesa e una scelta consapevole possono dare al lavoro una direzione riconoscibile. Sono capacità da esercitare, senza considerarle una protezione garantita.
Studiare l’AI significa capire come usarla e quando mettere in discussione ciò che propone. Possiamo affidarle parte della fatica e impiegarla per esplorare nuove possibilità, continuando ad assumerci la responsabilità delle scelte.
L’indagine resta aperta. Il prossimo interrogatorio riguarda noi. Che cosa vogliamo fare del tempo e delle possibilità che abbiamo guadagnato?


